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Francesco a Rebibbia: in carcere torna la speranza


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Papa Francesco si recherà domani pomeriggio nel Carcere di Rebibbia a Roma, presso la Chiesa del “Padre Nostro”, per celebrare la Messa “in Coena Domini”, durante la quale laverà i piedi ad alcuni detenuti e detenute della vicina Casa circondariale femminile. Sull’attesa nell’istituto di detenzione Fabio Colagrande ha sentito Daniela De Robert, volontaria a Rebibbia, presidente dell’associazione VIC volontari in carcere della Caritas di Roma:

R. – L’attesa è molto forte. Sicuramente è un’attesa gioiosa tra tutti, in particolare naturalmente, tra quei 300 che potranno partecipare alla Messa, 150 uomini e 150 donne che verranno dal vicino carcere femminile; è un’attesa che coinvolge un po’ tutti, perché è un ennesimo segnale di Papa Francesco, un segnale molto forte di vicinanza con questa periferia che è il mondo del carcere; un segnale di attenzione che cambia sensibilmente la vita delle persone.

D. – C’è un magistero particolare di Papa Francesco dedicato ai detenuti, riassumibile nella frase detta recentemente nel carcere di Poggioreale a Napoli: “Nessuno può dire io non merito di essere carcerato”. Cosa significa?

R. – Significa moltissimo, e – mi permetto di dirle – in continuità anche con gli altri due pontefici, Giovanni Paolo II che incontrò la persona che gli sparò con un gesto di perdono fortissimo; Benedetto XVI che scelse di incontrare i detenuti, parlare dialogare con loro nello stesso carcere di Rebibbia, e Papa Francesco che da sempre dice: “Non giudichiamo, perché siamo tutti sulla stessa barca in qualche modo”. Ricordo quando lui incontrò i cappellani delle carceri e raccontò di queste sue telefonate con i detenuti e disse: “Quando metto giù il telefono mi chiedo perché loro sono lì e io no”. È un modo di dire: “Non siete diversi da noi, non siete il male, non siete le persone che dobbiamo allontanare. Siamo tutti uguali con destini diversi, con scelte diverse, con peccati forse anche diversi, ma il giudizio non serve”. E non giudicare in un mondo dove si è costantemente giudicati – durante il processo, quando si sta in carcere, quando si esce si diventa ex-detenuti, comunque persone da condannare – è un messaggio che scalda il cuore,  ed è un messaggio importante anche per la comunità cristiana che non sempre pensa che quel fare visita ai detenuti sia un po’ alla pari con il far visita ai malati.

D. – Cosa significa vivere la Settimana Santa in carcere? Immagino che anche detenuti non credenti stiano attendendo la visita del Papa …

R. – Sì, la spiritualità, la domanda di spiritualità è un aspetto molto forte della vita in carcere quando si ha anche più tempo per pensare, per stare con se stessi, un tempo vuoto che spesso è riempito dalla riflessione. C’è una domanda di spiritualità, ci sono esigenze comuni; spesso anche i detenuti non cristiani, di altre religioni, vengono alla Mesa perché comunque è uno spazio di preghiera e di forte condivisione. Per tutti il messaggio del Papa è questo: “Ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Siamo un unico popolo, siamo un’unica comunità. Venerdì scorso abbiamo celebrato, sempre nella stessa chiesa, la Via Crucis insieme a don Enrico Feroci, il direttore della Caritas diocesana, che aveva portato in carcere la Croce di Lampedusa. Quel condividere sofferenze diverse è stato un momento importante.

D. – Giovedì il Papa incontrerà anche le detenute; anche mamme con bambini. Ricordiamo che per le donne detenute spesso c’è una sofferenza in più, quella della separazione dai figli …

R. – La separazione dai figli per le donne è devastante. È un dolore immenso, lo vivono anche gli uomini naturalmente, ma per una donna essere separata dai figli vuol dire vivere moltissimo, un senso di colpa, vuol dire sentirsi cattive madri, sentirsi abbandonate dai figli. Verranno tutte le donne del nido con i loro bambini tra zero e tre anni; saranno in prima fila nella chiesa, ma simbolicamente con il Papa ci saranno in quel momento tutti i figli e tutte le figlie troppo violentemente e troppo profondamente separati dai genitori per il carcere.

D. – Giovedì sera, quando il Papa lascerà il carcere di Rebibbia dopo la celebrazione di questa Santa Messa nella Cena del Signore cosa lascerà?

R. – Lascerà speranza, una solitudine meno profonda. Lascerà il senso di non esser proprio gli ultimi della Terra, lascerà forse la voglia di cambiare grazie a questo gesto, lascerà la sensazione di essere uomini e donne come gli altri e di avere diritti come gli altri, ma anche doveri come gli altri.

 

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